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Etna. Sea of clouds.

Sulla cima dell'Etna

Non vedo l’ora di scendere. In questo momento vorrei solamente essere seduto al tavolo del ristorante di Davide, con il mare davanti e una croccante frittura di pesce nel piatto. Invece siamo 3300 metri più in alto, schiaffeggiati da un vento gelido e ormai quasi al buio. Il sole ci ha lasciati tuffandosi in un mare di nubi dopo uno spettacolare tramonto rosa. Una delle singolarità dell’Etna è che non è attorniato da montagne paragonabili per altezza: quando ci si trova lassù, lo sguardo spazia ad ovest verso l’intera Sicilia, a oriente si vedono lo Stretto di Messina e la costa calabra e a nord sembra di poter toccare quel meraviglioso grappolo di isole che sono le Eolie.
Che giornata infinita! Il mio amico Eric ed io eravamo partiti da casa alle 3 di mattina per volare da Bergamo a Catania, poi la salita in auto fino al rifugio Sapienza dove finisce l’asfalto. Sulle piste ci eravamo incontrati con Davide, raffinato sciatore nonché profondo conoscitore del vulcano, del resto questa è casa sua. Dopo qualche discesa fuoripista per “assaggiare” la neve siciliana avevamo puntato direttamente ai crateri sommitali con l’idea di goderci il tramonto da lassù.
Con gli sci in spalla avevamo affrontato gli ultimi metri privi di neve, arrancando nella cenere nera fin sulla cresta del cratere più alto. Durante la salita, a intervalli regolari, il vulcano dava spettacolo: sordi brontolii e potenti boati mentre grandi colonne di fumo scuro venivano scagliate verso il cielo. Poi il vento costringeva queste nubi a piegare verso est e sulla coltre nevosa cominciava a ricadere la fine polvere vulcanica. Per precauzione avevamo indossato i caschi: oltre alla cenere succede spesso che il vulcano spari in aria pietre più o meno grandi.

Sull’Etna, ai consueti rumori della salita prodotti dal vento e dalle pelli che strisciano sulla neve, si aggiungono quelli generati dalle viscere del vulcano. I fumi e i gas spinti dal vento ci avvolgono facendoci sparire in una nebbia dolorosa per il naso e gli occhi. Una scena irreale e letteralmente mozzafiato visto che i vapori irrespirabili ci costringono ad indossare delle fasce per riparare bocca e naso. Quassù sembra di essere su un altro pianeta o di essere trasportati indietro fino all’alba dei tempi. Ci affacciamo su uno dei crateri che sbuffa continuamente gas incandescenti. Una scena primordiale, emozionante. Facciamo fatica a parlarci, il vento ci ruba le parole e la voce potente del vulcano sovrasta le nostre. E’ strano, ci troviamo immersi in un grande caos di elementi e di forze incalcolabili eppure c’è una profonda pace. Ci sentiamo di passaggio, infinitamente piccoli e allo stesso tempo incredibilmente fortunati per poter osservare così da vicino la vita interiore della terra stessa. Capisco come nell’antichità un luogo tanto speciale come l’Etna ispirasse storie di epiche battaglie tra esseri soprannaturali.
Secondo un mito l’Etna non è stato sempre un vulcano. Un tempo, Encelado, il più grande dei giganti, decise di prendere il posto di Giove e dominare il mondo. Per far questo però doveva raggiungere il cielo, dimora degli dei. Pensò quindi di costruire, con l’aiuto dei fratelli giganti, una sorta di scala mettendo una sopra l’altra tutte le montagne del pianeta. Giove, furibondo per la loro arroganza, scagliò sui giganti un fulmine che infiammò tutto il cielo accecando i ribelli e facendoli precipitare. Encelado rimase sepolto sotto l’Etna, era ferito e non riusciva a spostare la montagna. Così per la rabbia iniziò a buttare fiamme dal petto che salirono fino alla vetta.
Restiamo per alcuni minuti ad osservare l’impressionante spettacolo della furia del gigante intrappolato là sotto. I bagliori rossi del vulcano ci rischiarano mentre togliamo le pelli. Cominciamo a scendere. La lampada frontale illumina solo fino a qualche metro davanti a noi. Il pendio è ghiacciato e il vento ha modellato la neve in infinite scaglie: difficile controllare gli sci sopportando le continue vibrazioni. Improvvisamente la superficie della neve cede e mi ritrovo seduto per terra, sprofondato di un metro e mezzo, con gli sci ancora attaccati ai piedi. Una situazione singolare in cui non mi era mai capitato di trovarmi; evidentemente il terreno caldo scioglie la neve dal basso e si creano questi cunicoli invisibili da sopra. Sto bene in questa specie di grotta al riparo dal vento. Stacco gli sci e mi arrampico come posso fino a ritrovarmi di nuovo in piedi sul pendio. Più a sinistra in basso vedo le luci frontali di Eric e Davide, hanno trovato una via più semplice per scendere. Mi affretto a raggiungerli.
Il giorno successivo lo dedichiamo all’esplorazione scialpinistica della Valle del Bove. Un gigantesco anfiteatro con pendenze sostenute e una neve spettacolare, sicuramente uno dei luoghi più suggestivi del vulcano. Questa depressione a forma di ferro di cavallo, con il lato orientale aperto verso la costa di Siracusa e Taormina, si è formata circa 65.000 anni fa. Il fondo quasi piatto, pavimentato da campi lavici di antiche eruzioni è circondato da pareti alte fino a mille metri solcate da lunghi canaloni: ci infiliamo nel primo per tracciare le nostre curve. Ci divertiamo a passare tra le guglie di roccia vulcanica. Molto più in basso siamo costretti a cercare la via migliore in un labirinto di fitti boschi di lecci, pini larici e faggi, un ambiente inconsueto per chi è abituato a sciare sulle Alpi. La cima del vulcano gigante con il suo pennacchio di fumo è sempre visibile alle nostre spalle e resterà come sfondo della nostra discesa fino al mare.

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